CITAZIONE
Eichmann aveva una famiglia, dei figli, si disse rispettoso degli ideali kantiani, faceva il suo lavoro, il suo dovere di cittadino, rispettava la legge. Eichmann non si rese conto di fare del male: nè lo percepì, nè lo sentì e perciò non riuscì a pensare all'orrore che stava compiendo. Ma, ora, Eichmann era libero di scegliere tra il bene e il male? L'uomo può sempre scegliere tra il bene e il male? E agli occhi di Eichmann il suo comportamento, la sua condotta di vita si inscriveva nel bene? Egli scelse quello che reputava bene? Oppure ad Eichmann e chi come lui fu privata proprio la capacità di scegliere e prima ancora quella di distinguere?
questo punto è interessantimo, ma perdonami, rischia di travisare il discorso della Arendt.
Contemporaneamente mette in luce il problema del "giudizio", problema che la arendt tentò di risolvere nell'ultima parte di Life of mind, il suo capolavoro rimasto però incompiuto e che racccomando vivamente

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Veniamo a noi.
E' senza dubbio corretto parlare di privazione della facoltà di giudizio, cioè di discernimento.
però, quello che non metti in luce, contro quanto accade nel testo della arendt, può essere espresso così: la privazione di eichmann non è senza dolo, anzi, al contrario egli è pienamente colpevole del reato di "smarrimento" di tale facoltà.
Questo è il nodo cruciale, qui, allora, se possiamo disfarci di qualcosa allora il male diventa banale.
diventa banale cioè perchè, si trasforma la massima kantiana (agisci in modo che la tua norma possa elevarsi a legge morale) in: agisci in modo che la tua norma possa essere espressa dal futher.
infatti lo scandalo della arendt non è nel male compiuto da eichmann (che pure non era roba di poco conto), ma nella replica ai capi d'imputazione:
"ma perchè, che cosa ho fatto? ho soltanto obbedito alla legge".