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Heidegger
view post Posted on 30/8/2009, 13:30P_QUOTE
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In seno al pensiero di Heidegger, uno dei nodi cruciali del pensiero filosofico novecentesco, si è soliti, a ragion veduta, distinguere due fasi.
La prima che sostanzialmente riguarda la formazione del pensiero dell'autore in questione e gli scritti che ruotano attorno al celebre "Essere e tempo"(1927)[d'ora in poi: SuZ] e "kant e il problema della metafisica" (1929) e una serie di lezioni attraverso le quali egli da luogo ad un confronto critico con la fenomenologia di Edmond Husserl; la seconda invece, viene fissata tra il finire degli anni '20 e i gli inizi degli anni '30. su questo passaggio è lo stesso heidegger a fornirci un'autointerpretazione parlando di Kehre (svolta).
Per quel che riguarda quest'ultima fase, possiamo dire, in via preliminare, che elemento centrale della riflessione heideggeriana è una sorta di "rispettosa distruzione" della storia della metafisica.
nel presente topic spero di fornire una complessiva indicazione del pensiero dell'autore, sperando che la nostra amica - heideggeriana doc - mauna, si decida a scrivere 2 righe :Shifty2: .
Per quanto concerne chi scrive, non va trascurato almeno un aspetto: la formazione giovanile di natura teologica, che, come tale, ha permesso ad Heidegger una conoscenza non indifferente degli autori medievali.
Ciò non è da sottovalutare, in essa si trova la radice del problema heideggeriano per antonomasia: l'Essere.
Prendendo le mosse dal pensiero di Husserl, Heidegger, che conosceva molto bene l'archivio privato del maestro [lo dimostrano le note di Essere e Tempo, in particolar modo quelle che fanno riferimento a Ideen II] intende avviare una "ontologia fondamentale", alla quale agganciare ogni "ontologia regionale". L'operazione non è indolore; per riuscire nel suo intento Hiedegger deve riformulare i concetti fondamentali della fenomenologia
già dal §7 di SuZ, la fenomenologia viene intesa "primariamente come concetto di metodo". in questo modo, la fenomenologia permette lo scoprimento di un contenuto, ma questo contenuto non è a sua volta qualcosa di fenomenologico; è fenomenologicamente dato, ma il mezzo con cui si da qualcosa non è il qualcosa che si da.
Del resto qui, Heidegger imprime una svolta essenziale alla fenomenologia trascendentale di Husserl.
il fondamentale di cui si va in cerca è l'unità che sottosta alla molteplicità.
Ora quest'unità viene per Heidegger prima di ogni atteggiamento teorico.
Se Husserl infatti sostiene di andare alle cose stesse, in modo intuitivo; se qualsiasi cosa che io intenzioni è già altro da me; se io devo essere capace di fare epoché per conoscere qualcosa; allora io sono già sempre in un "commercium" con le cose.
Questa è la base che permette ad Heidegger di trasformare la fenomenologia da filosofia gnoseologica a ontologica.
Il passaggio tra teoretico e preteoretico è qui fondamentale, perchè da luogo ad una serie di conseguenze decisive.
Essere già in commercio con le cose significa essere gettati nel mondo prima di ogni considerazione teoretica (questo l'abbiamo già visto), il che significa che le cose stanno in relazione con noi, assumono senso, non in base ad una posizione concettuale come Heidegger è convinto accada nell'Ego Trascendentale di Husserl, bensì, da una parte, attraverso un sistema di rimandi che è il mondo e, dall'altra, il sistema di rimandi è dato solo dal modo in cui usano le cose.
Io conosco la maniglia aprendo la porta. conosco la porta attraversandola ecc...
In questo modo il concetto di trascendenza (attenzione che il trascendente/trascendenza non è il trascendentale/trascendentalità) che Heidegger eredita dalla tradizione viene completamente rinnovato: la trascendenza è l'andar oltre delle cose, l'andar verso qualcos'altro.
Ma Heidegger nota in profondità: quando io mi relaziono alla porta, alla maniglia ecc (quella che per Husserl era l'intenzionalità insomma), non sto forse trascendendo me stesso?
La risposta è "si". però mette capo a una difficoltà: "che cos'è questo mestesso che trascendo?".
nel "me stesso", la trascendenza, innanzitutto, nota heidegger, non è qualcosa che io posso dismettere, non è un "andarivieni" occasionale: essa è semmai costituente, necessaria.
io posso smettere di aprire la porta con la maniglia per attraversala. nel far ciò, io non smetto di esplicitare il mio trascendermi, cambia ciò verso cui io trascendo, cambia il mio modo di trascendere.
In questo modo heidegger può definitivamente liberarsi della questione fondamentale di husserl, l'io trascendentale, poi il mio trascendere si può esplicitare attraverso la conoscenza, il conoscere, l'epoché ecc.
quindi più originario della conoscenza c'è qualcosa, che heidegger chiamerà esistenza, essere a partire da altro.
ma quest'esistenza implica 2 argomentazioni fondamentali:
A) se l'esistenza è il più originario che io posso rintracciare, che ne è del soggetto?
B) quali caratteristica vanta l'esistenza?
Per ragioni espositive chiarisco prima il punto A.
se l'esistenza è quanto di più originario io posso trovare, il soggetto è solo un derivato, un modo.
Ma allora la filosofia, la scienza ecc sono modi d'essere dell'uomo. poichè modi d'essere, si tratta di modi d'essere particolari (per heidegger il modo d'essere non può essere, ragionevolmente, un modo d'essere generale).
In quanto modi d'essere particolari essi sono "tecniche".
Questa considerazione avrà una importante ripercussione nella seconda fase del pensare heideggeriano. Si deve allora abbandonare la filosofia del soggetto, in quanto filosofia tecnica, per una filosofia di altro tipo.
Il soggetto stesso, che da cartesio ad hegel è stato una sorta di terra promessa, va messo da parte e ripensato come Dasein, apertura all'essere.
Possiamo così passare al punto B: Heidegger individua nell'essere dell'esistenza la trascendenza.
In ciò si può però notare una temporalità fondamentale: l'esistenza, poichè è un trascendere, è un gettarsi in avanti: in una terminologia mutuata dai latini heidegger parlerà di Progetto: essere gettati in avanti.
SI può infatti considerare l'avvenire il modo privilegiato, secondo l'autore in questione, di darsi della temporalità (e così si capisce da dove viene il titolo della sua opera più famosa).
in questo imprescindibile essere gettati in avanti ci si trova, da un lato l'infinita indeterminatezza delle possibilità dell'esistenza (in pratica non si arriva mai ad un traguardo, o, per dirla con detto popolare, non si finisce mai d'imparare) - il famoso "nell'immediato e nel per lo più" - dall'altro lato invece la morte si configura come la sola vera e autentica possibilità che abbiamo sempre.
 
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